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Questione di mentalità

La mentalità con cui affrontiamo la vita pare essere determinante nella nostra capacità di realizzare noi stessi e i nostri obiettivi.

Pochi giorni fa ho finito di leggere il libro di Carol Dweck, che si intitola “Schemi mentali: la nuova psicologia del successo”. Si tratta di un’analisi sul potere dei nostri pensieri e delle nostre credenze consce e meno consce, e, soprattutto, su come cambiando anche solo una minuscola parte di questi pensieri si può avere un impatto profondo su ogni singolo minuscolo aspetto della nostra vita.

Dopo 20 anni di ricerca, la psicologa condivide le sue scoperte usando due interessanti teorie sugli atteggiamenti mentali: la mentalità di crescita e la mentalità statica, e la capacità di ciascuna di esse di esprimere o impedire la piena realizzazione del nostro potenziale.

Scrive “Dobbiamo scoprire il potere del “non ancora” e liberarci dalla ossessione del “subito”.

La curva di apprendimento

Nel libro, Dweck riprende un episodio di cronaca. Una scuola di Chicago, infatti, aveva deciso di modificare la scala di valutazione dei compiti dei propri studenti. Così, invece di comunicare a uno studente che era stato bocciato a un esame, era stato scelto di assegnare come voto un “non ancora”. Non un 4, non un “non ammesso”, ma un “non ancora”, un voto che sta a dire “semplicemente devi ancora lavorarci su”. 

La scelta di quella scuola ha colpito molto la psicologa e da qui muove le mosse la sua curiosa teoria. Assegnare un “non ancora” a chi non ha raggiunto il limite minimo per superare l’esame è una scelta ben precisa per far capire a chi sta imparando, che la sua fatica è ben più che normale: si trova in una curva di apprendimento, un processo, che non inizia e non si conclude con un esame passato o fallito, ma prosegue. La parte più importante è costituita proprio dall’essere in movimento.

Si tratta di un approccio che lascia spazio al pensiero di un futuro più o meno prossimo e che spinge la persona a fare il meglio che può. È un tipico esempio di mentalità di crescita.

Cos’è la mentalità di crescita?

Veniamo al dunque.

Le persone che credono che il talento possa essere sviluppato attraverso duro lavoro, strategie efficaci e input di chi ci circonda hanno una mentalità di crescita. Si tratta di soggetti che tendono a raggiungere risultati maggiori e migliori di chi ha una mentalità statica perché sono meno preoccupati di sembrare intelligenti e investono molta più energia nello sforzo di imparare. Quando un’intera azienda accoglie una mentalità di crescita, i dipendenti provano sentimenti di coinvolgimento nelle scelte aziendali e si caricano di maggior forza ed entusiasmo nel lavoro. Inoltre, sentono di ricevere più supporto nell’organizzazione della collaborazione e dell’innovazione. L’esito sarà non solo beneficio per loro come individui, ma per l’azienda nel suo complesso: questo perché tutti gli individui remeranno nella direzione di un miglioramento complessivo (invece di investire energie nel cercare di sembrare più bravi dell’altro, a discapito del team).

Le due mentalità a confronto.

Cos’è la mentalità statica?

Chi ha un mindset statico, invece, crede nel dono del talento. Pensa che questo esista come una caratteristica innata di determinati soggetti e che sia concesso ad alcuni e non ad altri. È difficile convincere chi ha questo tipo di mentalità che le proprie capacità e competenze possano espandersi e raggiungere anche settori fino a quel momento inesplorati.

Quando un’azienda attualizza una mentalità di questo tipo, l’esito sarà quello di circondarsi di dipendenti il cui obiettivo è quello di trarre vantaggio dagli altri, superare i propri colleghi, sentendosi costantemente in competizione nella gara del “chi è più innatamente talentuoso”. Frasi come “È un talento naturale” hanno sicuramente avallato questo tipo di mentalità.

Impara a conoscere il tuo sabotatore interno

Sviluppare e supportare una mentalità di crescita in azienda (ma anche nella vita di tutti i giorni) non è affatto semplice. 

Una delle ragioni di tale difficoltà è legata al fatto che tutti quanti conviviamo con dei meccanismi interiori che tendono a innescare la mentalità statica. Quando ci confrontiamo con delle sfide e riscontriamo fatica tendiamo a sentirci criticati, inadeguati se paragonati con chi pare essere migliore di noi, e, di conseguenza, vulnerabili: questi sentimenti inibiscono lo sviluppo di una mentalità di crescita e ci mettono automaticamente in competizione con colleghi e amici, nel tentativo disperato di consolare il nostro orgoglio.

Per cercare di salvaguardare la nostra “zona di crescita” dobbiamo identificare e lavorare su questi meccanismi. Moltissimi manager hanno tratto beneficio nell’imparare a riconoscere i propri sabotatori interni: esche mentali, che se attivate finivano con il farli sentire feriti nell’orgoglio, vulnerabili e quindi metterli sulla difensiva. A danno di loro stessi, prima ancora che dell’azienda di cui erano leader.

Analizzare se stessi non è mai né semplice né piacevole, ma attenzione: la mentalità di crescita inizia proprio da qui.